L’alveare visto da vicino.

Una giornata studio trascorsa tra i segreti e le meraviglie degli alveari alla della vita nascosta delle api e delle loro Regine.
La partenza al mattino di giovedì scorso, 4 maggio, dal piazzale del Liceo “Cagnazzi” di Altamura è il momento più bello per i 22 ragazzi della 3^ D del Liceo Classico, che li fa sentire grandi, e anche se non sanno perché sanno che quella giornata per loro sarà diversa. Il viaggio alla scoperta del mondo delle api, del miele e delle biodiversità che si svolgerà di lì a poco in un apiario non lontano dal centro abitato di Altamura li rende tutti già abbastanza euforici, per quell’esperienza semplice che però si rivela un’occasione speciale per osservare e respirare la natura intorno a loro, sfruttando l’unico squarcio di sole di questa primavera che stenta ad arrivare. Percorrono a piedi il tragitto accompagnati dal docente di educazione fisica, il prof. Leonardo Denora. Le api si risvegliano con la primavera. È tempo di bottinare. I ragazzi sono certi che la cura usata dall’apicoltore che presto incontreranno sarà stata efficace a garantire alle piccole api il superamento dell’inverno. In effetti, Nicola Pillera, dell’azienda apistica Masseria Lama di Giacomo, è un esperto apicoltore ed è lì ad attenderli. Come primo approccio insegna loro a non avere paura delle punture delle api. Come? Rimanendo immobili al loro passaggio senza scacciarle con le mani, in questo modo terminano la loro esplorazione senza sentirsi minacciate. Del resto le api sono al corrente che la puntura è per loro fatale e questo basta a toglierle la voglia di usare impropriamente il pungiglione. Tutto è molto affascinante e coinvolgente grazie anche alla passione messa dall’apicoltore Pilleri nel ripetere l’affascinante storia dell’Ape Regina e delle sue operaie, raccontare l’attività apistica e stimolarli a riflettere su alcuni temi in linea con il loro percorso di “Alternanza Scuola-lavoro” intrapreso nel corso dell’anno sul monitoraggio dell’ambiente murgiano attraverso l’ape come indicatore di inquinamento ambientale nell’ambito nel progetto di ricerca messo a punto dall’Assessorato regionale all’ dal titolo “Ape e ambiente – sentinelle della ambientale e ricadute sulla del miele e dei vari prodotti ottenuti dall’alveare”e curato dalla prof Marilia Tantillo, Direttore della Scuola di Specializzazione “Igiene e tecnologia del latte e derivati”. La loro prima uscita didattica arriva dopo una serie di lezioni in classe e successivamente nel laboratorio del Dipartimento universitario di Medicina Veterinaria che ha sede a Valenzano. “Siamo qui per scoprire il ruolo e le funzioni di questi insetti impollinatori, le loro abitudini, le loro problematiche sanitarie per meglio capire il loro uso nel bio-monitoraggio” – ha dichiarato il medico veterinario Simona De Santis – “ vedremo come il miele, il polline, la cera, la propoli e altri prodotti vengono ottenuti e naturalmente utilizzati dalle api, dando soprattutto rilievo alla loro straordinaria capacità di costruire strutture in grado di sfruttare al massimo lo spazio”. E’ il contesto ideale per capire dal vivo come l’impollinazione serva a mantenere l’equilibrio naturale. Guardare regine e operaie al lavoro, capire come è composto un alveare, entrare nell’ottica della loro organizzazione e conoscere l’ambiente in cui vivono vuol dire anche avere un primo approccio sull’importanza dell’ sana. “Le api rappresentano una società basata sulla collaborazione, sul rispetto delle regole e dei ruoli” – ha precisato Silvestro Pinto, referente delle tecniche apistiche, ai ragazzi attenti a leggere la vita delle api attraverso l’arnia didattica in vetro, cercando di interferire il meno possibile. “Ogni famiglia è composta da migliaia di api con funzioni diverse, l’ape operaia, l’ape regina, l’ape nutrice, i maschi detti fuchi, all’occorrenza l’ape figliatrice, ma un solo obiettivo rappresentato dalla sopravvivenza e dalla crescita sostenibile dell’intera comunità. Le api bottinatrici hanno il compito di procurare gli alimenti e le sostanze necessarie per la vita dell’alveare: principalmente nettare, polline, resine vegetali e, soprattutto acqua. Solo nei periodi di scarsità di si ricorre all’ artificiale preparando il “Pan d’Api”, un impasto di polline e miele, che si lascia fermentare per una notte. Al ritorno all’alveare le api versano il contenuto della sacca melaria nella cella del favo o lo passano ad altre api attraverso un’azione di scambio chiamata “trofallassi”, una delle più caratteristiche del comportamento sociale delle api, che serve a favorire l’evaporazione dell’acqua: perché il miele sia maturo e perfettamente conservabile la percentuale di umidità non deve essere superiore al 18%. Per questa ragione le api riempiono gradatamente le cellette, sfruttando la naturale evaporazione del miele e le opercolano con un sottile coperchio di cera solo quando esso raggiunge il giusto grado di maturazione. All’interno dell’alveare le api elaborano gli alimenti e producono il miele che serve come scorta alimentare, la cera per la costruzione dei favi, la propoli da utilizzare come disinfettante e sigillante, e la pappa reale per alimentare l’Ape Regina, l’unica ape feconda dell’alveare a cui è legata la riproduzione. E’ chiaro che una famiglia senza regina è destinata ad estinguersi, e impegna l’apicoltore a riconoscere le famiglie orfane e provvedere ad inserire una nuova regina. Come? Battendo la parete dell’alveare con le nocche della mano, in risposta a un rumore diverso rispetto a quello dell’alveare normale: l’alveare che risponde con un brusio forte e breve è provvisto di regina, l’alveare orfano fa, invece, un brusio lieve e prolungato quasi simile ad un lamento. Anche il sovraffollamento dell’alveare è un punto di criticità che alimenta le sciamature. “Una volta questi erano i soli accorgimenti importanti, oltre alla pulizia delle arnie, nella gestione delle famiglie. Oggi il continuo alternarsi di pioggia, giorni caldi e brusche variazioni di temperatura, soprattutto a inizio estate, può portare a un aumento incontrollato delle sciamature” . In genere, però, quando la temperatura si abbassa sotto i 10°C, le api cominciano a radunarsi in specifiche aree dell’alveare e appena la temperatura risale il gruppo si espande nuovamente. In estate molte api escono sulla porta dell’alveare, formando quello che in gergo si chiama la “barba”e ventilano all’interno creando areazione. Sono perfette. Sono anche una formidabile macchina per la raccolta del polline. Tuttavia, questi insetti pronubi, instancabili nel trasferire il polline da un fiore all’altro, trasportano all’interno dell’alveare e convogliano poi nei loro prodotti anche le sostanze nocive di cui l’aria è troppo spesso satura.“Nel 1985 il cesio radioattivo dell’incidente di Chernobyl distrusse intere famiglie di api, ci fu una moria generale su tutto il territorio, comprese le mie” – ha confessato con rammarico Pillera. Oggi si può aggiungere alla lista degli inquinanti ambientali, oltre alle sostanze radioattive, metalli pesanti, pesticidi, diossine e molto altro ancora a cominciare dal particolato atmosferico tossico di cui sono ricche le nostre città. Tutte cause scatenanti della crisi dell’apicoltura. Per le api l’allerta è massima, soprattutto per l’ Apis Mellifera Ligustica, unica specie autoctona della . “Alcune sostanze inquinanti possono essere prese dall’ape con il semplice contatto con suolo, vegetazione, aria e acqua” – ha continuato l’apicoltore altamurano rispondendo alle più frequenti domande dei ragazzi, sfatando qualche luogo comune e chiarendo ogni dubbio. La sua ricetta per un ritorno ad un ambiente sano? Sta nella possibile e auspicabile alleanza tra agricoltori e apicoltori, rifacendosi al modello spagnolo, per favorire e sostenere politiche agricole compatibili con la vita delle api e degli altri impollinatori, al fine di condividere strategie produttive efficaci in grado di tutelare la salute ambientale e umana. “Una volta le api andavano verso la campagna, luogo di , di ambiente sano, adesso stanno ritornando verso la città”. A turno i ragazzi, ben muniti di abbigliamento apistico dal colore giallo, hanno raggiunto gli alveari, imparando ad utilizzare anche gli attrezzi dell’apicoltore e attenti a studiare il ronzio che a loro dice ancora poco ma che agli apicoltori è il familiare linguaggio con cui comunicano e controllano lo stato di salute delle loro api. Vedere con i propri occhi il miele trasparente e assaggiarlo direttamente dai favi fa pensare ad una “miniera” di profumi e sapori spesso differenti dal miele in commercio. Il prof Michele Ferrulli ha spiegato l’importanza dell’etichetta, che fornisce delle informazioni preziose per i consumatori, come il luogo di provenienza, il gusto, la scadenza, il nome del produttore e il peso. “Il miele – ha sottolineato il loro prof. Ferrulli – “rappresenta una delle eccellenze del patrimonio agroalimentare del nostro territorio e insieme potremo capire se e come l’agricoltura naturale possa aiutare a migliorare la qualità dell’ambiente in cui viviamo senza togliere nulla alla sostenibilità economica”. Ancora quattro chiacchiere. Una foto di gruppo e poi il rientro a scuola. Non sapremo mai cosa ne pensano le api di questa giornata, magari si saranno incuriosite anche loro per i ragazzi che erano lì ad osservarle. Sicuramente i ragazzi hanno, in questa giornata studio dedicata al fantastico mondo delle api e ai loro segreti, appreso tante informazioni utili e scoperto quello straordinario legame che unisce l’ape al suo allevatore: un incredibile simbiosi forgiata nei secoli e oggi giunta a un tale livello di maturazione che consente di salvare questo unico e piccolo essere dalle minacce della nostra società e di ottenere prodotti genuini e di eccezionale valore. La strada per ridare una speranza alle api e di conseguenza all’umanità intera sembra dunque dover passare per le nostre mani, e questo i ragazzi lo hanno capito bene. Speriamo che almeno loro comincino a ridare alla Terra un po’ di quella ricchezza di cui l’abbiamo privata pensando che fosse nostra, dimenticando i bambini che nasceranno domani.

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